Virus, terreno e vaccino: qual è il legame?

Virus, terreno e vaccino: qual è il legame?

In questi giorni sto seguendo il dibattito sempre più acceso sul Coronavirus Sars-CoV-2 e non posso fare a meno di osservare le parole che si usano per definirlo o quando gli si fa riferimento: virus cattivo, schifoso, guerra al virus, armi contro il virus, bisogna distruggerlo.

 

Il virus è considerato come il responsabile di tutta la difficile e surreale situazione che si è creata ed è stata amplificata per ragioni che non discuterò in questo articolo.

 

Il pensiero va subito a Pasteur e alla sua teoria dei microrganismi, visti come causa delle patologie infettive. La biologia, la medicina e l’approccio terapeutico prevalente sono purtroppo intrisi dell’idea di dovere sempre cercare una causa che sta al di fuori di noi: virus, batteri, funghi, lieviti, sono tutti visti come potenziali aggressori da combattere e distruggere, come se il nostro corpo fosse e dovesse rimanere sterile. Ho già spiegato in un articolo precedente quanto sia innaturale questa idea perciò non riprenderò ora questo argomento.

 

Se volessimo allargare il campo, questo è l’atteggiamento che molte persone hanno in tanti altri aspetti della vita: c’è un problema, accuso qualcuno o qualcosa, non assumo alcuna responsabilità, entro nel ruolo di vittima e aspetto qualcuno che mi salverà. La soluzione deve arrivare da fuori come dall’esterno è arrivato il male.

 

Ma siamo sicuri che questo virus sia così negativo e minaccioso come pensiamo? E se avesse invece qualche funzione per la nostra salute e ai fini della nostra evoluzione? Qui non sto parlando del fatto che grazie al lockdown degli ultimi due mesi la natura sta riprendendo a respirare. Questo è straordinario ed è una delle grandi lezioni da imparare, cioè che se non rispettiamo l’ecosistema in cui viviamo e il pianeta che ci ospita, il prezzo da pagare sarà sempre più caro per la specie umana. Penso proprio ad una funzione (o più funzioni) che i virus (e più in generale i microrganismi) possono avere per l’organismo ospite. Facciamo un passo indietro.

 

Un virus è una particella composta da una molecola di acido nucleico (DNA o RNA) unita ad alcune proteine. Non avendo vita propria ha bisogno di una cellula ospite (procariote o eucariote) che gli fornisca tutti gli elementi e i processi necessari alla sua replicazione. Questo consente l’assemblaggio di nuovi virioni che contengono non solo proteine virali ma anche originarie della cellula ospite. Inglobati negli exosomi cellulari, i virioni che potremmo definire ibridi (componenti virali e dell’ospite) sono poi liberati all’esterno e captati da altre cellule. Gli exosomi sono vescicole che la cellula utilizza per veicolare sostanze al suo esterno recepite da cellule vicine, un meccanismo quindi di comunicazione intercellulare.

 

Proviamo ora a vedere il virus da una diversa prospettiva, non come un pericoloso patogeno ma come un veicolo d’informazione per le cellule del nostro corpo. Più o meno tutti diamo per scontato che l’unico scopo del virus sia quello di replicarsi, come se fosse un’entità viva e in qualche modo soggetta alle stesse leggi che sono valide per gli esseri viventi, dai più semplici ai più complessi. Però un virus non è vivo. E se fosse invece un portatore di informazione necessaria alla nostra evoluzione cellulare? È un’idea assurda? Forse sì.

 

Tuttavia, dando un’occhiata al genoma umano scopriamo la presenza di numerose sequenze derivanti da cosiddetti virus fossili, ovvero porzioni di acidi nucleici di antiche forme virali che hanno interagito con le cellule umane, si sono inseriti nel loro genoma e sono stati mantenuti nel corso del tempo. Non si tratta solo di retrovirus, cioè di virus a RNA che necessitano l’inserzione nel genoma per essere replicati, ma anche di virus che normalmente non seguono questo passaggio d’integrazione. Alcune di queste sequenze sono addirittura codificanti per proteine che evidentemente hanno conferito all’ospite qualche vantaggio, altrimenti le forze della selezione naturale non le avrebbero mantenute.

 

In un’epoca in cui siamo esposti a cambiamenti e stress ambientali imponenti e concentrati in un periodo di tempo molto breve (ricordo che l’evoluzione opera su tempi lunghissimi), le infezioni virali potrebbero in qualche modo facilitare un adattamento alle nuove condizioni di vita degli organismi, non solo dell’uomo. È solo un’ipotesi, certo, ma perché non provare ogni tanto ad uscire un po’ dal paradigma considerato come unica verità?

 

C’è poi un altro aspetto sul quale mi piacerebbe riflettere, tanto caro alle medicine del terreno, in contrapposizione alla medicina del sintomo. È ormai chiaro che non è il virus Sars-CoV-2 ad uccidere ma la reazione infiammatoria al virus quando diventa troppo importante e può degenerare in un diffuso problema di tipo vascolare, compromettendo non solo i polmoni ma anche altri organi, come il cuore, i reni e il cervello. Questo però non succede a tutte le persone che entrano in contatto con il microrganismo. Accade soprattutto laddove esiste già una condizione di infiammazione preesistente, dovuta alla presenza di altre patologie, ad uno stile di vita non consono alla natura umana e probabilmente ad altre concause sia interne che ambientali che aggrediscono l’equilibrio dell’organismo. Questo significa che esiste già alla base un allontanamento dall’omeostasi, cioè quella condizione di autentica salute che l’organismo cerca in qualche modo di ripristinare qualora venga a mancare.

 

Ecco allora che il virus non è la causa ma la conseguenza di un terreno in disequilibrio, è il sintomo che porta alla luce una sottostante e preesistente condizione problematica. Il terreno non comprende solo lo stato e la funzionalità degli organi, ma riguarda anche lo stato psicologico, emotivo e tutto ciò che direttamente o indirettamente può avere una ripercussione sull’essere umano nella sua interezza: assunzione di farmaci, ambiente di vita, stress, frustrazioni e tanto altro ancora.

 

Quale soluzione ci viene proposta? Naturalmente un miracoloso vaccino capace di bloccare il virus. C’è chi lo aspetta con ansia, in perfetta sintonia con la visione pasteuriana: attaccare il presunto responsabile del danno. Ancora una volta si sta facendo una netta inversione tra causa ed effetto. La causa presunta è il virus cattivo, la vera causa è il disequilibrio dovuto a tutta una serie di fattori personali (stile di vita) e ambientali (inquinamento del suolo, dell’aria, dell’acqua, metalli pesanti, elettrosmog, sconvolgimento degli ecosistemi, eccetera) che comportano uno stress quotidiano per i nostri sistemi di adattamento alle aggressioni interne ed esterne: nervoso, ormonale, immunitario. È intuitivo e ovvio che laddove le aggressioni siano persistenti e crescenti la nostra fragilità non possa che aumentare, esponendoci ad un rischio più elevato di soccombere di fronte agli attacchi di microrganismi che invece non dovrebbero rappresentare una minaccia se non fossimo diventati così fragili.

 

Se il virus in quanto tale fosse così terribile come si è voluto dare ad intendere, dovrebbe essere letale per tutti coloro che lo contraggono, non solo per alcuni. Qual è allora la soluzione? Agire sulla causa vera o su quella fittizia? È quanto mai necessario ritrovare l’equilibrio, a livello individuale, sociale ed ambientale, cioè ritrovare quella condizione di omeostasi che mette il corpo in grado di auto-guarirsi, quella che permette ai contagiati asintomatici di non manifestare alcun sintomo perché il nostro organismo, quando funziona, sa fare da sé.

 

Questo è quello che si dovrebbe insegnare alla gente a gran voce, che dovrebbe essere diffuso da tutte le reti nazionali, da tutti i giornali e da tutti coloro che hanno veramente a cuore la nostra salute. Migliorare la qualità del terreno è possibile a qualsiasi età ed è l’unica via per accrescere la nostra vitalità. A quel punto non ci sarebbe più bisogno di temere questo o quell’altro microrganismo e nemmeno la reazione dell’organismo ad un’eventuale infezione (da intendere come reazione di adattamento a qualcosa di estraneo), perché avremmo abbastanza forza per resistere e superarla. È un approccio opposto a quello attuale: rinforzarsi dentro ed essere messi in condizione di trovare un equilibrio interno anziché combattere un nemico esterno.

 

Prendersi cura di se stessi non significa solo indossare una mascherina, lavarsi le mani con un disinfettante e chiudersi in casa. Aiutare le persone a mantenersi in salute passa attraverso un atto di responsabilizzazione individuale, si tratta di dare a tutti i mezzi e le conoscenze di una vera e autentica riforma di vita, proteggendo soprattutto i più fragili.

 

Per finire vi lascio alcune letture che hanno ispirato queste riflessioni:

 

Conserved and host-specific features of influenza virion architecture

 

Endogenous viral elements in animal genomes

 

Fossili virali nel genoma umano

 

Rischi di star bene

Massimo Citro Della Riva

Verdechiaro Edizioni

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Simona Grossi

info@simonagrossi.it

Sono Simona, biologa nutrizionista e naturopata. Ti aiuto a ritrovare forza ed energia attraverso un’alimentazione corretta, svolgere un’attività fisica adeguata e a trovare momenti di rilassamento, piacere e lentezza.

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